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Lo sfruttamento nel lavoro stagionale

Diritti al Futuro è sempre stata molto attenta e sensibile ai temi del lavoro. Nel corso dell’attività consiliare e politica degli ultimi 10 anni sono state numerose le occasioni in cui, attraverso articoli di stampa, mozioni, interrogazioni ed incontri pubblici, abbiamo richiamato l’attenzione sulla esigenza di tutelare i diritti dei lavoratori messi a forte rischio sia dalla crisi economica sia da una serie di riforme legislative che nel nome della flessibilità hanno di fatto precarizzato il mondo del lavoro e diminuito le tutele.

In particolare visto che viviamo in una città turistica, anche se la naturale “vocazione turistica” di Senigallia non si è ancora pienamente tradotta in un modello turistico compiuto, il nostro interesse si è appuntato soprattutto sul lavoro stagionale nel settore turistico-ricettivo. Abbiamo così monitorato in questi anni l’andamento del mercato del lavoro locale sulla base di dati amministrativi di fonte Centro per l’Impiego e Inps, dati cioè “reali” e non semplicemente frutto di rilevazioni campionarie quali sono ad esempio i dati forniti periodicamente dall’Istat.

Il quadro che ne è emerso, e che non posso qui non richiamare, è desolante: nonostante i dati relativi alle presenze turistiche, rilevati dalla Regione, abbiano sempre documentato un trend in crescita (in linea con quanto i senigalliesi percepiscono empiricamente) le assunzioni a tempo determinato, ovvero con la forma contrattuale caratteristica del settore, sono, almeno fino al 2017-18, pesantemente diminuite a favore di assunzioni prima tramite contratti a chiamata e poi tramite lavoro accessorio (voucher). Questo significa non solo che forme lavorative più garantite e tutelate sono state in parte sostituite da forme di lavoro caratterizzate da una estrema flessibilità e poche tutele (nel caso dei voucher per esempio non è prevista indennità di malattia o maternità né indennità di disoccupazione). Infatti sia il lavoro a chiamata che il lavoro accessorio, per come sono stati inizialmente congegnati dal legislatore, favorivano e incoraggiavano l’elusione. I correttivi successivamente apportati (obbligo di comunicazione preventiva di ogni chiamata e sostanziale abolizione dei voucher) sono intervenuti quando ormai ci si era attestati sull’idea che un lavoratore stagionale non dovesse costare più di tanto e pertanto, per raggiungere questo obiettivo di contenimento dei costi, venuta meno l’appetibilità o l’utilizzabilità di lavoro a chiamata e voucher, si è ricorsi a dei modelli “fai da te”: lavoro nero, grigio, falsi part time, non retribuzione degli straordinari e ferie, ecc. Si è dunque affermata l’idea che il lavoro stagionale sia un lavoro mordi e fuggi e che, in quanto tale, possa essere retribuito poco e non godere delle fondamentali tutele. Siamo passati da un concetto comunque sbagliato, tipico delle stagioni in cui il settore conosceva una forte espansione (anni 60-90), per cui il lavoro stagionale costituiva una sorta di welfare parallelo, grazie al quale tante famiglie senigalliesi hanno potuto mantenere un tenore di vita dignitoso, ad una situazione di intollerabile sfruttamento. Se infatti prima si lavorava non 8 ore, come da contratto, ma 10 o più e senza giorno di riposo, ma si era compensati con una retribuzione globale (fuori e dentro busta) sostanziosa che alla fine poteva accontentare entrambe le parti, oggi si lavora ugualmente 10/11 ore senza giorno di riposo, ma, magari si ha un contratto part time e il compenso ricevuto è quello corrispondente all’orario previsto dal contratto. 

Ma non è solo un discorso di retribuzione e tutele, vi è anche un tema legato alla qualità del lavoro offerto e alle possibilità di crescita professionale. In una città che si fregia di una prestigiosa scuola alberghiera e nella quale si parla anche di creare un polo universitario legato al turismo, ci chiediamo quali professionalità possono svilupparsi in un sistema in cui, fatte le dovute eccezioni, le condizioni di lavoro sono quelle che ho provato a descrivere e che più volte, in questa ultima stagione estiva, sono state denunciate dal Segretario della locale Camera del Lavoro.

Sia chiaro, non intendiamo con ciò dissentire dalla scelta che questa città ha fatto, di fondare il suo sviluppo economico sul turismo. Al contrario in questa scelta ci riconosciamo perché siamo convinti che una città bella, vivace, animata, anche culturalmente, non inquinata, quale deve essere una rinomata meta turistica, sia una città in cui anche i residenti possono vivere nel migliore dei modi. Ma se condividiamo la scelta di fondare la nostra economia sul turismo, è anche perché siamo convinti che da essa possano scaturire opportunità di lavoro qualificato e quindi di benessere personale, professionale ed economico per la popolazione. Quest’ultimo aspetto ci sembra molto importante perché per sostenere la vocazione turistica di Senigallia l’amministrazione comunale impiega rilevanti risorse di bilancio, vale a dire soldi che appartengono a tutti i cittadini senigalliesi, e che pertanto devono portare benefici non solo a chi del turismo ha fatto la propria impresa ma anche a quella porzione più ampia della popolazione che nel turismo lavora come dipendente. 

Certamente le distorsioni che si sono prodotte sono frutto di una cultura sbagliata che porta a sottovalutare la gravità di certi comportamenti che dunque non vengono stigmatizzati come dovrebbero. Se questo è vero non si tratta solo, come pure è necessario, di intensificare l’azione repressiva affidata agli enti preposti, ma di sensibilizzare la popolazione stessa ed in particolare gli imprenditori del settore circa la necessità di garantire condizioni di lavoro adeguate.

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